Manifesto del partito
per la liberazione delle classi subalterne
1. Il tramonto del capitalismo finanziario e globalizzato genera mostri

Perché sentiamo il bisogno di scrivere un Manifesto che si rivolga ai ceti subalterni e sofferenti? Perché in primo luogo questi ceti, soggiogati e manipolati dell'oligarchia dominante per mezzo del controllo capillare dei principali mezzi di comunicazione di massa, non sanno di esserlo. Non sanno cioè di vivere una condizione di perenne sofferenza spirituale e materiale non a causa del fato, o di una negativa congiuntura astrale, ma in conseguenza di precise e ciniche scelte partorite da un circuito di potere che guida i processi storici e politici celato da una spessa coltre di menzogne.

Da chi è composto questo circuito di potere che, d’ora in avanti, battezzeremo per semplicità “capitale finanziario globalizzato”? Esso è composto dai padroni delle grandi multinazionali, da banchieri d'affari, manager, burocrati d'alto bordo, e dal loro clero culturale e giornalistico di riferimento – ovvero le prostitute intellettuali che governano l'industria culturale di adorniana memoria.

Capire i passaggi che hanno portato questa classe apolide ad imporre una dittatura planetaria paradossalmente e ridicolmente chiamata “esportazione della democrazia occidentale” non è irrilevante.

La storia dell'umanità è anche, in modo cruciale, storia di lotta fra le classi. La fine della vecchia società feudale uccisa dalle rivoluzioni massoniche e borghesi del diciottesimo secolo ha cambiato in profondità tutti i paradigmi. Le antiche società tradizionali, lente e fondate su gerarchie legittimate dal diritto divino, hanno lasciato il passo ad un nuovo modello che, per dirla con Marx ed Engels, ha affogato le vecchie virtù cavalleresche “nelle acque gelide del mero interesse economico”.

La borghesia, classe rivoluzionaria per eccellenza, genera per inerzia al proprio interno la classe proletaria, che per Marx doveva essere destinata a rilevarne lo scettro in ossequio alle inesorabili “leggi della storia”. Questa certezza, perlomeno nel mondo occidentale, è franata nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, che apre l'era del cosiddetto mondo unipolare a guida statunitense, fase ultima di un processo che, nell'ottica di alcuni intellettuali come Fukuyama avrebbe dovuto rappresentare niente meno che “la fine della storia”.

In realtà la storia non è affatto finita e le tensioni geopolitiche dei nostri tempi, scosse dal ripresentarsi nel cuore del Vecchio Continente di guerre sanguinose, svegliano dal torpore gli ingenui ottimisti che pensavano di avere edificato il “villaggio globale” governato dalle leggi di un mercato divinizzato. Con buona pace degli sprovveduti, la Storia non solo non si è fermata, ma si è rimessa in cammino in maniera tumultuosa e impetuosa, costringendo le avanguardie politiche presenti in ogni Paese del mondo ad impegnarsi per accompagnare e indirizzare processi politici di portata epocale che non possono essere irresponsabilmente lasciati in balia della sorte.

Noi promotori del Partito per la liberazione delle classi subalterne ci proponiamo quindi innanzitutto l'obiettivo di non lasciarci sovrastare dagli eventi, cercando al contrario di individuare, affrontare e sciogliere i nodi strategici che la contemporaneità ci impone.

In prima istanza bisogna riconoscere come la globalizzazione americanocentrica abbia oramai esaurito la sua spinta propulsiva. Quello schema, che pretendeva di uniformare il mondo intorno alle regole del Washington Consensus, trasfigurate in nuovi comandamenti laici, sta rapidamente tramontando. Il passaggio dal vecchio al nuovo mondo non sarà però né rapido né indolore, e la scellerata inerzia delle classi dirigenti transnazionali potrebbe paradossalmente determinare l'apertura di un'epoca che ripropone in peggio gli stessi difetti del mondo ora in crisi. Il futuro infatti non è dato, ma è il risultato dell'impegno individuale e collettivo di uomini e gruppi che agendo modificano il corso delle cose. In questo limbo, dove il vecchio lotta per non morire e il nuovo fatica a nascere, nascono i peggiori mostri. Il progressivo sgretolamento di un ordine mondiale fondato sul mito della globalizzazione trionfante deve lasciare il posto ad un nuovo ordine internazionale che accetti l'esistenza di tradizioni, identità e culture diverse, abbandonando per sempre la superba convinzione ‐ questa sì davvero razzista ‐ che esista una sola civiltà (quella occidentale) titolata ad “educare” tutte le altre.

In quest'ottica appare più realistica ancorché cupa la prospettiva proposta dal politologo Samuel Huntington ne “Lo Scontro delle Civiltà”, il quale immaginava il nuovo schema multipolare come continua competizione fra mondi fra di loro inconciliabili, giudicando invece fanatica e pericolosa l'opzione geopolitica individuata da Brzezinski nel suo “La Grande Scacchiera”, testo caro a chi crede di poter blindare questa mondializzazione decadente “piallando” di volta in volta avversari e oppositori.

A differenza di Huntington, però, noi non crediamo affatto che l'apertura di un mondo finalmente multipolare, sganciato dai capricci e dalle intemperanze dell'establishment anglosassone, conduca l'umanità sulle scogliere di un conflitto permanente. Pensiamo invece che un nuovo ordine mondiale che sostituisca i criteri di un cinico globalismo con quelli di un sano internazionalismo fondato sul rispetto di nazioni e Paesi liberi e solidali fra di loro, rappresenti una necessità storica giusta e non più rinviabile.

Per questo crediamo che tutti gli sforzi vadano ora indirizzati al tentativo di accelerare la caduta del cosiddetto “mondo unipolare”. Colpire al cuore il centro del potere dominante provocherà a cascata la fine inerziale e automatica di tutti quegli strumenti accessori e conseguenti che consentono la prosecuzione del dominio incontrastato dell'Impero.

L'Unione Europea, l'euro e la stessa Nato sono soltanto emanazioni strumentali al servizio dello stesso progetto complessivo. Vivono e prosperano solo fintanto che regge l'equilibrio geopolitico cristallizzatosi all'indomani della caduta del Muro di Berlino.

In quest’ottica un ruolo particolare può essere giocato propria dalla Russia, paese culturalmente composito, sintesi di Oriente e Occidente, non irreggimentabile negli schematismi ipocriti che dominano la cosiddetta “comunità internazionale” a guida americana. La guerra in Ucraina apertasi il 24 febbraio del 2022 rappresenta un doloroso ma necessario punto di svolta, il sintomo di un cambiamento epocale in corso.

2. Nuovi sfruttati e nuovi sfruttatori

Qual è la principale caratteristica del totalitarismo globalista morente? È la capacità di travestire di “democrazia” scelte e linee di indirizzo che sono state già prese e sviluppate dai vertici del potere profondo. Come perfetti prestigiatori quindi, i rappresentanti della classe dominante mischiano le carte, mantenendo formalmente in vita metodi apparentemente democratici che valgono però solo fino a quando i singoli popoli legittimano dal basso decisioni che sono state già imposte dall'alto. In questo senso è paradigmatico quanto avvenuto in Grecia nel 2015, quando il popolo ellenico decise di respingere tramite referendum le folli misure di austerità volute dalla Troika, il braccio armato dei globalisti, e quando tali misure finirono per essere comunque imposte con la forza del ricatto finanziario.

Conciliare globalizzazione e democrazia è una pretesa ossimorica. La democrazia per vivere ha bisogno di essere esercitata dentro precisi confini, per il tramite di procedure e leggi che permettano alla volontà popolare di esprimersi in maniera compiuta. L'indistinzione cosmopolita invece rappresenta il mare dove nuotano a proprio agio i pescecani della finanza, gli allibratori incravattati che riconoscono solo la forza del denaro.

Per riuscire ad organizzare politicamente in maniera strutturale e non aleatoria gli interessi e le aspettative dei nuovi sfruttati dal capitalismo finanziario globalizzato dobbiamo aggiornare le mappe ideologiche e concettuali che ci hanno accompagnato nel corso del Novecento. Aggiornare non significa archiviare né rinnegare. Aggiornare significa rielaborare le migliori dottrine politiche del recente passato rendendole attuali e forti sulla base di un generoso sincretismo che non preveda egoistici arroccamenti.

Vanno riproposti e sintetizzati in particolare il filone del cattolicesimo politico ed il filone socialista e comunista; il primo in quanto mette al centro la dignità della persona umana e la sacralità della vita, baluardo contro ogni tentazione di divinizzare la tecnoscienza in vista di una controcreazione artificiale dell’umano, il secondo in quanto decisivo per rivitalizzare le istanze di riscatto degli ultimi, dei poveri e dei sofferenti. Questi versanti costituiscono il lievito indispensabile di una nuova piattaforma che può e deve orientare nel presente e nel prossimo futuro le scelte e l'impegno di milioni di cittadini, ridotti all'irrilevanza decisionale e politica.

Questo indispensabile lavoro presuppone un’apertura mentale all'altezza delle sfide che abbiamo di fronte, nonché una propensione a superare vecchi steccati e antiche diffidenze con le armi del dialogo, del ragionamento e dell'approfondimento, rifiutando approcci infantili e grossolani, presenti anche in molti sedicenti intellettuali. Affermare che bisogna “organizzare il basso contro l'alto” è banalità spiccia, miseria della filosofia priva di visione. Il doveroso superamento dell’obsoleta opposizione tra destra e sinistra non deve essere un’occasione per rivivificare i cascami del neofascismo, che dal secondo dopoguerra ha fornito ogni tipo di supporto a rappresaglie antipopolari e ad operazioni deviate al servizio di potenze straniere.

Essenziale è invece il compito di individuare con precisione gli attori che si sentono padroni del “progresso”. Con buona pace di Herbert Spencer e del positivismo ottocentesco non è vero che la storia dell'umanità rappresenti una continua evoluzione verso il meglio. Questa concezione “lineare” del divenire è profondamente sbagliata e finisce con il rappresentare un caposaldo concettuale che legittima ogni abiezione nel nome di un presunto inarrestabile avanzamento del progresso tecnico e scientifico, unico metro usato dalle élite contemporanee per esprimere giudizi di merito sugli argomenti più disparati.

Questa fiducia stolta in una tecnoscienza personificata, e spesso prostituita per dissimulate finalità politiche, ha raggiunto il parossismo durante la cosiddetta “Pandemia Covid”, quando i renitenti all’inoculazione sono stati assimilati agli eretici o ai nemici della fede sottomessi all'Inquisizione. Il ripristino di un’intransigenza censoria applicata non più a difesa dei dogmi della fede, ma di una scienza eretta a dogma costituisce uno dei tratti più allarmanti del nostro tempo, come denunciato egregiamente tra gli altri anche da Giorgio Agamben nel suo ottimo libro “Quodlibet”.

Più corretto di un astratto progressismo è riconoscere come la Storia, per dirla con Vico e Spengler, conosca fasi circolari, caratterizzate dall’avanzamento o decadimento di ciò che conduce al rafforzamento o alla rovina di una determinata civiltà all'interno di un preciso contesto spaziotemporale. Invero il periodo che viviamo somiglia “all'Età del Ferro” di Esiodo e Ovidio o al “Kali Yuga” dei Veda induisti. Il tratto distintivo del nostro tempo sembra infatti essere rappresentato dal trionfo del grottesco, figlio di un impazzimento collettivo che costringe gli uomini dotati di senno e logica a combattere per affermare come credibili le più semplici evidenze di buon senso.

Chi sono dunque i moderni sfruttatori contro i quali organizzare una risoluta e inesorabile battaglia per la conquista del potere politico e decisionale? Sono forse i capitalisti classici, i padroni delle fabbriche che per pura avidità costringono i lavoratori e i proletari a vivere in condizioni disumane e di pura sopravvivenza? Sono i figli della prima Rivoluzione Industriale raccontati da Dickens in molti capolavori? Niente affatto, i padroni di oggi si camuffano nelle pieghe del “virtuale”, mentre le categorie di “capitalista” e “proletario” non sono più sufficienti a demistificare la realtà, caratterizzata semmai da una dicotomia più subdola e meno evidente, quella che pone in condizioni di scontro materiale e dialettico i protagonisti dell'economia virtuale, finanziaria, contro tutti quelli che vivono nella e della economia reale.

Warren Buffet, perfetto esempio della nuova razza padrona, sintetizzò in passato alla perfezione lo stato degli attuali rapporti di forza. “La lotta di classe non è mai finita”, spiegò, “la mia classe, quella ricca, la sta ancora combattendo e vincendo”. Parole crude ma vere, pronunciate da chi si sente abbastanza forte da non dover più nascondere neppure i pensieri più osceni. È tempo quindi di superare vecchi modelli al fine di riorganizzare la lotta di classe in chiave moderna. Tutti quelli che vivono di lavoro e contribuiscono alla crescita materiale e spirituale del Paese hanno il dovere di contrastare lo strapotere di una sparuta minoranza che, controllando le leve della creazione monetaria, ricatta nazioni e popoli.

Dopo il 1971, con la fine degli accordi di Bretton Woods il mondo è entrato in un regime di cosiddetta “moneta fiat”. Le banche centrali hanno acquisito il potere di creare moneta dal nulla senza dover più tenere conto della convertibilità in oro. Da allora la brutalità del potere finanziario è diventata sempre più evidente, finendo con l'assorbire il potere politico, ponendolo in una condizione di fatto ancillare.

La supremazia della finanza ha imposto la venerazione dei dogmi neoliberisti che finiscono sempre con il chiedere sacrifici alla base della piramide, garantendo al contempo ai vertici di agire indisturbati sui mercati sovranazionali. Al tempo della crisi di “Lehman Brothers” la Fed americana produsse dal nulla migliaia di miliardi di dollari per coprire i guasti di un sistema impazzito. Negli stessi anni, in tutto il mondo occidentale, veniva progressivamente disintegrato lo Stato sociale utilizzando come scusa i rischi per lo sbilanciamento dei debiti pubblici.

Il nostro obiettivo è quello di restituire alla politica il primato che le spetta, rimettendo i poteri finanziari, tecnocratici ed economici in posizione subalterna e di servizio rispetto a chi ha il compito di garantire la realizzazione di un interesse generale che non può e non deve coincidere con quello del più forte.

Tutte le statistiche sono concordi nel ribadire come l'Italia, negli ultimi 20 anni, abbia progressivamente visto aumentare il numero dei poveri e delle famiglie in difficoltà. Questa drammatica situazione non è figlia di una congiuntura sfortunata, ma il risultato preciso e voluto dell'applicazione di politiche di austerità, spacciate come indispensabili, che hanno centrato soltanto l'obiettivo di aumentare la forbice delle disuguaglianze e scaraventare nel girone infernale dell'esclusione sociale masse crescenti di persone.

Milioni di cittadini vessati dal potere non hanno più rappresentanza politica e sono oramai chiusi nei recinti di uno sterile ribellismo inconcludente o, peggio, rassegnati ad ingrossare le fila di un astensionismo sterile e controproducente. Noi siamo quindi con fierezza protagonisti e fondatori di un Partito che nasce con l'obiettivo preciso di tutelare e difendere le istanze di chi ha visto progressivamente frantumarsi le speranze di vivere un’esistenza dignitosa e libera dal bisogno.

3. Dignità della persona e feudalesimo digitale

Se da un lato la riscoperta e la rielaborazione del filone di pensiero socialista e comunista è indispensabile per demistificare i sofismi usati dalle classi dominanti per edificare una società fondata sul sopruso e sulla manipolazione permanente, dall'altro la riaffermazione del pensiero del “personalismo comunitario” sviluppato egregiamente da pensatori come Mounier e Maritain è utilissimo per allontanare da noi ogni tentazione scientista e “transumanista”. Il distopico mondo contemporaneo si regge su due pilastri nefasti, ben individuati da Jean Claude Michéa: il versante cosiddetto “destro” domina l'immaginario collettivo venerando i dogmi del neoliberismo economico e traducendosi in forme di darwinismo sociale che colpevolizzano i deboli, mentre il versante “sinistro” guida i processi cosiddetti “spirituali” disarticolando i concetti stessi di identità e tradizione per trasformare ogni tipo di “stravaganza” in diritto inalienabile.

Il nostro compito deve essere quello di rovesciare entrambi i lati, accompagnando il riscatto materiale dei ceti oggi schiavizzati con il recupero di una filosofia pubblica e collettiva più incline a soddisfare la sobrietà dei ceti che vivono del proprio lavoro, piuttosto che i capricci nichilistici di élite globalizzate e annoiate. Tutto questo naturalmente senza scivolare in atmosfere da “Stato etico” o, men che meno “confessionale”. È possibile conciliare il concetto di “laicità dello Stato” con la valorizzazione di modelli culturali e comportamentali che non esaltino paradigmi “grotteschi” nel nome di una dissoluzione di ogni identità.

Il fenomeno della “cancellazione delle culture” e l'aggressione contro qualsiasi società naturale che si ponga come “ammortizzatore” fra lo Stato e l'individuo è il risultato di una scelta politica precisa, cinica e sedimentata, funzionale alla costruzione di quella “società liquida” raccontata dal sociologo Bauman. La dignità e la valorizzazione della persona umana possono avvenire invece in maniera completa e armonica solo riconoscendo l'importanza di corpi intermedi, a partire dalla famiglia, chiamati a svolgere un ruolo fondamentale e decisivo per il corretto sviluppo educativo del futuro cittadino.

È tempo di perseguire una strada alternativa che rigetti tanto la tentazione di sacralizzare il sacrificio del singolo nel nome di un interesse collettivo (sempre strumentalizzabile dal potere prevalente), quanto l'esaltazione di un individualismo spinto, nemico dell'idea stesso di Stato, e finalizzato alla realizzazione di quell’anarcocapitalismo caro a pensatori come Nozick.

L'uomo, vissuto come mero ingranaggio al servizio dei processi di produzione, si trasforma esso stesso in merce fra le merci, come tale modificabile persino sul piano antropologico fino al punto da inseguire il prometeico obiettivo di dare vita ad una nuova “creazione”. Non a caso il filosofo di riferimento del Forum di Davos, Harari, nel suo libro “Homo Deus”, spiega chiaramente come l'obiettivo da perseguire nel prossimo futuro sia quello di garantire su questa Terra la vita eterna ad una nuova ristretta umanità. La digitalizzazione della nostra vita, il continuo tentativo di fondere l'uomo con la macchina risponde a questo obiettivo “utopico” che richiama il “Mondo Nuovo” dipinto da Huxley.

L'esaltazione di una scienza prostituita alla politica durante la fantomatica “emergenza covid” appare come parte di questo progetto, grimaldello utilissimo per perfezionare il meccanismo della “disumanizzazione progressiva” tramite la concessione di diritti subordinati al possesso temporaneo, e sempre revocabile, di strumenti di controllo come il green pass.

Accanto al recupero della nostra sovranità militare (uscita dalla Nato), politica ed economica (uscita da Ue e euro), è necessario difendere anche la nostra “sovranità biologica” nel senso della minaccia biopolitica lucidamente contemplata da Foucault.

La difesa dei concetti di sacralità della vita e dignità della persona umana, in conclusione, non sono il rigurgito inessenziale di una politica che perde autonomia a favore di qualche potere religioso e dogmatico, al contrario si tratta di pilastri fondamentali, decisivi per respingere l'assalto finale di un riduzionismo che pretende di schiacciare l'uomo nel sottosuolo spiritual, precludendogli ogni dimensione trascendente.

4. Conclusioni

Il nostro impegno politico sarà quindi orientato all’implementazione e perfezionamento delle linee politiche e strategiche indicate nel presente Manifesto. Il nostro obiettivo è quello di aprire una stagione improntata alla riscoperta del protagonismo popolare. È possibile formare nuove classi dirigenti, immuni al virus del presenzialismo mediatico fine a sé stesso, attraverso la ricostruzione di un rapporto solido fra cultura e impegno politico. Superare i vecchi steccati ideologici sulla base di una rielaborazione all’altezza è il primo passo per l'apertura di una stagione in grado di rispondere ai bisogni del presente.

È tempo di lasciare gli ormeggi per navigare con coraggio in mare aperto!
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